Sviluppo sostenibile: 2% del Pil per un’economia a zero emissioni

Un investimento pubblico pari a meno del 2% del Pil sullo sviluppo sostenibile produrrebbe benefici che si rifletterebbero su tutta l’economia nazionale. È questo uno dei punti principali emersi da un workshop tenutosi alla Scuola Sant’Anna di Pisa.

Il cambiamento climatico come volano di crescita

Il Green New Deal per uno sviluppo sostenibile del Paese è uno degli elementi che sembrano caratterizzare la nascita del nuovo governo italiano. Sebbene si tratti, per il momento, di un semplice proposito non ancora meglio delineato, si inizia ad alimentare un dibattito intorno a questi temi.

Esperti e rappresentanti del mondo politico si sono infatti riuniti alla Scuola Superiore Sant’Anna per discutere sulla sfida legata ai cambiamenti climatici mondiali. Verso un’economica a zero emissioni di carbonio è il titolo del workshop nel quale si è approfondita la possibilità di trasformare il cambiamento climatico da fonte di costo a opportunità. Obiettivo del seminario è stato individuare linee di crescita della produttività e del PIL nazionale, facendo leva sullo sviluppo sostenibile.

Una economia basata sullo sviluppo sostenibile

A tal riguardo, Andrea Roventini, economista della Scuola Sant’Anna, palesa il proprio ottimismo sui vantaggi che comporterebbe un cambio di rotta in tema di sostenibilità.

“Le stime ci dicono che un investimento pubblico inferiore al 2% del Pil annuo verso una crescita sostenibile permetterebbe di sviluppare nuove tecnologie, creare nuovi posti di lavoro, nuove imprese e portare l’Italia sulla frontiera tecnologica di nuovi settori di investimento” ha affermato Roventini. Si creerebbe così “un circuito virtuoso che porterebbe ad una economia a zero emissioni”.

Il cambio di rotta necessario a livello globale

Fra gli intervenuti al convegno, c’era anche Lord Adain Turner, presidente della Energy Transitions Commission. Secondo l’economista britannico: “Non c’è dubbio che sia tecnicamente possibile realizzare un’economia a zero emissioni di carbonio e che, se il mondo lo facesse entro il 2050, il costo in termini di crescita economica e consumi sarebbe minimo”.

Tuttavia, ha poi precisato come “raggiungere questo obiettivo richiederà un grande reindirizzamento degli investimenti dai combustibili fossili a fonti di energia rinnovabile”. A suo dire, servono pertanto “politiche pubbliche efficaci, tra cui l’introduzione di tasse sul carbonio, la regolamentazione e il sostegno allo sviluppo tecnologico”.

La posizione europea

La lotta al cambiamento climatico e il conseguente incentivo di uno sviluppo sostenibile, sembra essere al centro anche dei lavori della nuova Commissione Europea. Ursula von der Leyen, al varo della ufficiale della squadra da lei presieduta, ha infatti dato ampio risalto a tali tematiche.

Secondo von der Leyen, il Green Deal dovrà diventare elemento distintivo dell’Europa, con l’impegno di presentare il programma nei primi 100 giorni di mandato. Tale volontà di diventare il primo continente a impatto climatico zero è stimolato, anche secondo la neo presidente, dalle positive ripercussioni economiche determinate dal cambio di rotta: “Si tratta anche di un imperativo economico a lungo termine: chi saprà agire per primo e più rapidamente sarà in grado di cogliere le opportunità offerte dalla transizione ecologica”.

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